Luca Ghielmetti & Peppe Fonte

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Luca Ghielmetti
Cantautore capace di mescolare mondi ed individui, di intessere una fitta rete di

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relazioni tra la vita quotidiana di ogni giorno e la passione per Brassens, Conte, De André, Waits traducendo il tutto in uno stile musicale personale che rende la sua musica graffiante e leggera, densa di spessore e delicatissima. Ha all’attivo un paio di dischi e ha partecipato alle più importanti rassegne di canzone d’autore, a partire dal Premio Tenco nel ormai lontano 1990. Tra i suoi brani più celebri vale la pena di menzionare “Per amore dei tuoi occhi blu” e “A un passo dalle nuvole”, interpretate per il grande pubblico da Enrico Ruggeri. Ora dopo alcuni anni di inattività discografica, pubblica un nuovo disco soprattutto per accontentare quel pubblico che negli ultimi anni gli ha chiesto un seguito al suo secondo album, il piccolo capolavoro Dolci spose mancate d’un soffio. Nasce così il suo album eponimo, quello che forse lo rappresenta di più. E per realizzarlo si è addirittura rivolto ad uno dei muscisti-produttori più ricercati al mondo, quel Greg Cohen noto per i suoi trascorsi nella band di Tom Waits. L’incontro con Cohen è stato fondamentale per far tornare a Ghilmetti la febbre del disco. Ogni volta che Greg Cohen veniva in Italia si incontravano per incidere, cambiando spesso città per assecondare gli spostamenti di questo grande maestro che magari arrivava dal Giappone dove aveva suonato con Ornette Coleman e prima di tornare a incidere con Elvis Costello o Randy Newman infilava una seduta di studio con Ghielmetti. Per non parlare delle chitarre di Tim Sparks, le percussioni di Cyro Baptista o la slide-guitar di Greg Leisz, presenti tra le canzoni del disco. Anche i musicisti italiani non so da meno: da Mario Arcari che ha suonato di tutto, passando per Jimmy Villotti che ha portato tutta la sua classe, a Franco Piccolo, amico fraterno di Bruno Lauzi, che ha fatto commuovere Greg Cohen con la sua fisarmonica da porto antico. Il disco profuma molto di Langhe perchè nell “granda provincia” di Cuneo è stato concepito, desiderato, annegato di grandi vini. I brani, tranne una nuova versione di “A un passo dalle nuvole”, sono tutti nuovi, scritti in molti anni, a volte interpretate dal vivo, suonate sul disco proprio come Ghielmetti sognava, in un modo che rappresenta in pieno il suo essere di oggi.

Peppe Fonte
Peppe Fonte non è Fred Bongusto: anche se la tentazione c’è, definirlo cantante confidenziale è riduttivo. Sminuisce il senso autentico del suo intendere-scrivere-interpretare musica e parole. Più esatto sarebbe forse chiamarlo introspettivo. Le sue strofe private (ma non ombelicali) si possono immaginare piene di spazi vuoti (gli interstizi dell’anima), pause, silenzi, non detti, contigue, quasi sottomesse, al commento della musica. Non è neppure un caso che Fonte canti (interpreti) in modo
sincopato. A scatti, come in un rigurgito di pensieri & parole, in un reflusso di coscienza.
In Secondo me è l’una perfino Papi (suvvia non fate finta di cadere dalle nuvole, sapete benissimo chi è) è raccontato a partire dal “dentro”, da un’interiorità declinata swing e imparentata stretta col complesso di Caino (si adombra, tra le righe, un’invidiuzza-uzza-uzza nei confronti del fratello). E anche in Non è oppio la solitudine del numero primo (inteso come il portiere di una squadra di calcio) prescinde dall’aura mitologica che spesso ne ammanta il ruolo (il “matto” e il “gatto” di uno sport che “non è oppio ma solo festa”).
Il resto della scaletta è fradicio di pioggia traslata (che c’entrino anche le lacrime?), intirizzito di notte, deliquio, strade, spostamenti del cuore, ironie/malinconie, addii: pagine di diario strappate e riscritte di continuo, per ragioni di sopravvivenza, legate al passo multiplo e al filo rosso di accidenti sentimentali, zampilli o nebbie di note blue(s), swingate/svagate. Portavoci di un mal de vivre (cum grano salis però, e non poca ironia) lasciapassare per abbandoni e canzoni delle situazioni differenti.
Si parte con le cascate di note per pianoforte solo di Le conseguenze dell’amore, si approda alla somma esistenziale di Secondo me è l’una. In mezzo 10 ulteriori variazioni sul tema, speziate al retrogusto di climi (musicali), ambiti e circostanze varie. C’è un sax voyerista e dolente che pedina da presso Un’altra verità; c’è L’amore raccontato che sfuma in dissolvenza agrodolce; c’è La notte delle bugie in cui il refolo di disincanto serve a difendersi dagli uppercut del cuore. E se in Cos’è Maria a piangere è il violino (ma poi riprende vita, parimenti alla traccia), Questione d’abitudine riassume il Fonte-pensiero riferito alla coppia: spruzzatine di misoginia + pessimismo cosmico compensate da disillusione & irrisione (nella più pacificata Solo l’amore non è vecchio si celebra, non a caso, il rapporto decennale degli anziani genitori).
Ulteriori menzioni di merito vanno all’amarcordiana La città di Eolo (acquerello di Salina, isolana e isolata città con “un solo monumento” e tantissimo vento: ne hai citata una e le hai citate tutte), e – soprattutto – a Roy, dispiegata in sontuosa atmosfera contiana (nel senso di Paolo Conte): un occhio al musical, un altro allo swing, meno realismo magico, ma somiglianti il kazoo, il sax, le note danzanti, le variopinte tirate per la giacca della commedia musicale.
Arrangia ad hoc per un cd elegante, d’atmosfera, affatto stucchevole, Riccardo Biseo.