Arturo Fiesta Circo

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Direttamente dal filone della musica che a volte si fa spettacolo, da Milano giunge un’altra band con le idee chiare e le carte in regola. Gli Arturo Fiesta Circo, per l’esattezza, non sono proprio una band. Preferiscono definirsi come collettivo, cantiere o palestra di musicisti, che ricamano vestiti su misura per la vena poetica dello “Zio” Sergio Arturo Calonego. L’operazione è tutt’altro che banale. In tempi in cui i collettivi musicali vanno alla grande e la comunione dei generi regna sovrana, il circo di Arturo sembra inserirsi bene in questo discorso, proponendo un jazz che sa di folk, un cantautorato che lascia sulla scia un po’ di taranta, un indierock che torna ad adagiarsi sui tappeti jazz. Fare tutto questo, e farlo bene, credetemi, non è facile.

La storia del secondo album (il primo, “Distratto a Sud” è del 2008), “E lo chiamerai Giovanni”,

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è veramente affascinante, a dimostrazione che il Circo è attento e sensibile scrutatore di passioni e sentimenti umani. I personaggi che spuntano dalle note e dalle liriche del disco, quelli tipici del circo (“Il pagliaccio”, “La Regina”, “L’Idiota”, “L’acrobata”), sono un tentativo di riscrittura del Nuovo Testamento. La metafora del circo funziona bene per creare un ponte fra il Vangelo e la contemporaneità. Senza moralismo o giudizi, la riscrittura della Bibbia, con Royal nel ruolo di Gesù, il domatore in quello di Giuda e la ballerina in quello di Maria, è un buon motore di indagine dell’animo umano.

Le musiche poi, come già detto, sono vestiti superbi, che oltre a creare le atmosfere giuste, spaziano su diversi fronti, unendo in stato di grazia Paolo Conte e Serge Gainsburg , Fabrizio De Andrè e i C.S.I. Sorprende l’armonia con cui vengono curati gli arrangiamenti, i ritmi lenti e malinconici dettati dal francese biascicato di “La Lune”, le ripartenze giocose de “Il Pagliaccio”, l’insolita cavalcata rock de “L’idiota”. Eppure, nonostante la cura e la raffinatezza, che si sente tanto nelle ballate jazz o folk, quanto negli sporadici momenti di rock, il disco suona spontaneo, come se un gruppo di conoscenti avesse trovato nella musica un punto di comunione, creando un’orchestrina dai colori accesi e dalla incipiente voglia di comunicare.